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Un alieno in famiglia


Avete mai avuto come l’impressione che vostro figlio provenga da un’altra dimensione o da un altro pianeta?
Io spesso.

Cary Guffey, il piccolo grande alieno del film "Uno sceriffo extraterrestre, poco extra e molto terrestre"

Cary Guffey, il piccolo grande alieno del film “Uno sceriffo extraterrestre, poco extra e molto terrestre”

Intendiamoci, non intendo dire sul serio, come il Signor Simon Parkes politico inglese dice del proprio figlio e di se stesso, ma come metafora.

Sì perchè, a parte i momenti in cui io e papà ci attribuiamo vicendevolmente la prevalenza di genitorialità in conseguenza di qualche atteggiamento poco edificante della piccola peste quasi quattrenne (quelle classiche situazioni in cui si finisce con il pronunciare le fantastiche frasi “Tutto sua madre” “E’ proprio figlio tuo” etc etc etc), sono molto più frequenti le situazioni in cui io e papà ci ritroviamo a guardarci con aria perplessa e interrogativa.
E il nostro sguardo lascia poco spazio alle interpretazioni.
Significa “Ma da dove arriva questo tipetto?”
Sorvoliamo sull’aspetto fisico, che già da solo contraddice a qualunque legge della genetica, e ci procura una scia di imbarazzanti commenti ogniqualvolta usciamo tutti e tre insieme.
Nanerottolo con capelli biondissimi quasi bianchi ed occhi blu cielo, si accompagna con mamma rossa con occhi grigi e papà castano; dalla panettiera fino all’elettrauto, i “Ma è davvero figlio vostro?” si sprecano…e, voglio dire, pazienza per chi ci conosce, ma tutte le altre persone praticamente sconosciute, si sono mai preoccupate per un secondo della grossa gaffe priva di tatto che avrebbero commesso, se davvero non fosse figlio nostro? Pare di no.
Ad ogni modo, è più l’aspetto caratteriale ed intellettivo che sconcerta.
Il nanerottolo ha sempre mostrato una particolare predilezione per il linguaggio ricercato, quasi aulico (“non dirmi di mettere i vestiti mamma, si dice indossare!” “Noi ora ci recheremo nella sala da pranzo”), e per la terminologia tecnica ( “Mamma, non dirmi di radunare le mie cose, queste sono Pala caricatrice gommata, escavatore cingolato e Bobcat!”)…interessi che non c’è bisogno che vi dica, nessun altro della famiglia coltiva.
Possiede il coraggio di un leone (colto in flagrante mentre si lancia giù dalla discesa dei garage con l’automobilina a pedali, si rivolge a me in preda ad una crisi isterica “Ma su, paurosona, non mi sarebbe successo nulla, lo vedi che ho messo il casco?” ndr. Il caschetto da bicicletta) e l’intraprendenza di un adolescente senza freni (“Amore ma devi smetterla di correre dietro a tutte le donne” “Mamma non ti permettere!”; gettatosi nella mischia di ragazzini con il triplo dei suoi anni che giocano a palla, ad un “Vai via!” urlatogli dietro, lo sento rispondere con un “Vai via un c….” che gli regala l’ammissione al gioco nonostante i non raggiunti limiti d’altezza!!).
Le sue battute spiritose sorprendono, lasciano interdetti; la spontaneità e facilità con cui apprende e mette in pratica nuove abilità, è fonte di grande stupore (come quando mi mostra un un bellissimo abbozzo di ballo hip hop, e alla mia domanda “Ma dove hai imparato queste cose?”, risponde“Da un cantante, mamma”; oppure quando si arrampica fino alla tastiera del pianoforte dicendomi “Ti devo suonare una canzoncina, mamma”).
Insomma, la frase che più spesso mi ritrovo a dirgli e a sentirgli dire è “Ma come sai queste cose?”
E mi domando …sono stata io a farlo così?
Siamo stati noi (genitori, nonni, babysitter, insegnanti e chiunque abbia avuto un contatto con lui in questi pochi anni di vita) a crescerlo così, o anche solo a fornirgli gli strumenti per crescere così ?
E’ frutto della genetica, dell’imprinting, dell’educazione?
Spesso mi sono posta queste domande, anzi, sono andata alla ricerca della risposta un po’ ovunque, leggendo di tutto un po’.
Ma a quanto pare nessuno studioso, ancora, ha una risposta precisa per questi interrogativi.

Poi un giorno ho letto questo brano di Gibran.
Ed ho capito tutto.

E una donna che reggeva un bimbo al seno disse, Parlaci dei Figli.
E lui disse:
I vostri figli non sono figli vostri.
Sono i figli e le figlie della brama che la Vita ha di se stessa.
Essi vengono attraverso voi ma non da voi,
e sebbene siano con voi non vi appartengono.
Potete donare loro il vostro amore ma non i vostri pensieri.
Poiché hanno pensieri loro propri.
Potete dare rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime,
giacchè le loro anime albergano nella casa di domani,
che voi non potete visitare neppure in sogno.
Potete tentare d’esser come loro, ma non di renderli
come voi siete.
Giacchè la vita non indietreggia nè s’attarda sul passato.
voi siete gli archi dai quali i vostri figli ,
viventi frecce,
sono scoccati innanzi.
L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito,
e vi tende con la sua potenza affinchè le sue frecce possano
andare veloci e lontano.
Sia gioioso il vostro tendervi nella mano dell’Arciere;
poiché se ama il dardo sfrecciante,
così ama l’arco che saldo rimane.

Ho capito che io, come voi, come qualunque altro genitore, ho contribuito alla creazione di un piccolo capolavoro.

Da noi e attraverso di noi, è scoccata la scintilla della forza che anima l’Universo intero: la vita.
E la vita non accetta preconcetti, schemi precostituiti e caselle in cui incastrarsi: prende forma, giorno dopo giorno, in un cucciolo di cinciallegra così come di delfino o di uomo, partendo dalle connessioni tra neuroni e sviluppandosi via via nell’acquisizione di abilità e conoscenze.
E mentre un passerotto impara a volare, in un essere umano le idee iniziano a svilupparsi e collegarsi, i principi e i valori si annidano nel cuore e nella mente, e da lì sbocciano in un comportamento sempre più indirizzato e logico.
Io posso cercare di contribuire a questa crescita con tutte le conoscenze e l’amore che ho, intervenendo su quella acerba perfezione come uno scultore che sbozza la sua materia prima, ma non è detto che il frutto del mio ventre recepisca tutti e soli i miei insegnamenti, e cresca così come sono e voglio io.
Da quando ho letto questo brano, quindi, ho incominciato a guardare mio figlio con occhi diversi, e a vederlo non più semplicemente come un adulto in potenza da crescere e indirizzare, a cui insegnare tutto “perchè ancora non conosceva nulla”; ho capito che anche lui può insegnare molto a me, e che la genitorialità è una situazione della vita che ti fornisce opportunità a tutto campo: di dare e ricevere, di offrire esperienza e ricevere nuovi stimoli che sgorgano da un’esistenza ancora pura e incontaminata, ricca di selvaggia linfa vitale.
Ho capito che bisogna vivere con gioia e apertura mentale.
Giocare, insegnare, crescere.
Insieme.
Giorno dopo giorno, imparando dal bene e dal male, dalle sofferenze e dalle gioie.
Essendo genitori, compagni di gioco, istitutori, istruttori e figli allo stesso tempo.
Figli, tutti quanti, “della brama che la Vita ha di se stessa”.

 

Foto presa dal web, dal sito http://www.cinemarx.ro

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  1. Ciao! Anch’io conoscevo questo brano e spesso cerco di ripetermi che i nostri figli non sono nostri! E’ vero…hanno un loro io estraneo a noi ed è importarte aiutarli a coltivarlo.
    Credo che tuo figlio sia davvero un tipo tosto e questo nella vita lo aiuterà certamente!
    Vi auguro tutto il meglio!
    Un abbraccio da mamma a mamma!
    Sara
    http://www.momeme.it

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