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Archivio dell'autore: Mammacheridere

Tutto il mondo è paese?…Magari!!!


***Questo post esprime un punto di vista assolutamente personale e non intende essere una generalizzazione verso niente e nessuno. Tratta, appunto, opinioni personali su vicende personali***

Sarà un’impressione mia, ma da quando il Tato si è trasferito da una scuola di città ad una di campagna, tutto ciò che gira intorno all’istruzione è cambiato.

Il metodo di studio, i rapporti tra lui ed i compagni, i rapporti con le maestre e la scuola in quanto istituzione, i rapporti con gli altri genitori…è tutto meravigliosamente più leggero e piacevole!

Mi sono domandata varie volte se non fossi io a dare a tutto ciò una lettura pilotata, se non fossi cioè io a vivere differentemente la questione perchè in qualche modo ero io che non mi trovavo bene prima…Forse è così, forse no.
Fatto sta, che la dimensione “paese” ha regalato alla nostra famiglia un clima di rilassatezza e serenità quando si parla di scuola, che prima non si respirava.

Le classi erano numerose, le esigenze molteplici, le richieste provenienti da chiunque, molto cogenti e sempre avanzate in tono più polemico che colloquiale.

Ora, ciò che tutti noi viviamo e respiriamo, è un’aria di collaborazione e solidarietà quale direi di non aver mai conosciuto prima nella mia lunga vita da cittadina doc.

Alla presentazione del nuovo anno scolastico, la preside della scuola di città aveva guardato in cagnesco tutti gli astanti ed aveva esordito con un severo“Voi genitori, credete forse che il nostro compito sia facile? Dobbiamo provvedere alla formazione di piccoli inconsapevoli, che arrivano a noi grezzi come del marmo da scolpire, e oltre a ciò, dobbiamo anche supplire alle mancanze delle famiglie di oggi! I genitori contemporanei non hanno alcun rispetto verso l’autorità scolastica, né interesse per ciò che accade ai loro figli, dentro e fuori casa” Ed aveva iniziato a raccontare tristissime vicende personali di famiglie in crisi che, a detta sua, avevano minato con i loro irresponsabili comportamenti, la solidità della sua illustre struttura scolastica.

Ero uscita da quella riunione molto offesa e destabilizzata, domandandomi perchè mai dovessi permettere ad una perfetta sconosciuta di giudicare il mio operato di mamma, per il semplice fatto che lei si trovava nella posizione di conoscere i fatti miei, e non il contrario.

Alla scuola di paese, le maestre avevano presentato allegramente le loro attività e l’edificio scolastico, avevano fatto ammenda di tutte le lacune che la vecchia e piccola struttura presentava, e avevano concluso “Ma qui viviamo in campagna, e ciò che non abbiamo, ce lo facciamo. E con la collaborazione di tanti bravi papà e mamme che tengono tanto alle loro famiglie, faremo un ottimo lavoro!” Lì, il mio cuore di mamma aveva sentito una calda carezza posarvisi sopra.

Per la famigerata iscrizione online alle elementari, alla scuola di città era stato accennato “Dovrete informarvi sulle modalità di iscrizione e fare tutto entro il giorno x perchè altrimenti i vostri figli saranno lasciati fuori dalle liste” (chiosa non pronunciata a voce, ma sottintesa da un perfido sorrisetto “e vi attaccherete al tram”). Al che era seguita una corsa all’accaparramento ai posti disponibili, quei pochi e soli preziosissimi posti, scandita sulle innominabili chat scolastiche da un susseguirsi di “Io ce l’ho fatta! E voi?” “Fate attenzione, mancano solo più xyz ore alla chiusura delle iscrizioni” “AAA oggi ho incontrato un’amica di un’amica di un’amica della segretaria che firma le ammissioni e mi ha detto che ci sono solo più due posti!!!” sempre più sadici e compiaciuti dell’eventuale altrui difficoltà nel portare a termine il laborioso procedimento.

Alla scuola di paese, l’anziana e paciosa vicaria aveva sorriso distribuendo personalmente dei foglietti a tutti i presenti alla riunione di presentazione delle classi elementari in formazione “Qui ci sono tutti i dati necessari per l’iscrizione online, ma non abbiate timore: se anche non doveste riuscire a farla, ci chiamate e la faremo noi per voi. E anche nel caso in cui dovessero essere trascorsi i termini, una soluzione la si trova sempre!”

Alla scuola di città l’arrembaggio ai testi scolastici era stato il seguente “Alla libreria Xyz sono arrivati solo xxxx testi del tipo X. Se li aggiudicheranno i primi ad arrivare all’acquisto” E via alla corsa agli armamenti: code all’alba, spintoni e male parole di persona e non, che tracimavano in lunghi strascichi di frecciatine malevole in chat.

Alla scuola di paese, la rappresentante di classe aveva scritto una email “Dato che i libri sono stati prenotati tutti in un’unica libreria, se mi fate pervenire le cedole posso andare a ritirare tutto io e a recapitarlo a scuola in una sola volta, in modo tale che i nostri bambini ricevano tutti quanti i libri nello stesso momento”
Insomma nella scuola di città si respirava un’aria di competitività malata, di gioco al massacro senza una motivazione ben precisa, per il puro piacere di vedere gli altri soccombere.
Alla scuola di paese i bambini sono invece più ruspanti e genuini: non fanno a gara sulla numerosità e valore dei giochi e videogiochi che possiedono, ma s’invitano l’un l’altro a giocare nella meliga raccolta dal papà, a spiare i cinghiali che si nascondono all’inizio del bosco, a giocare con la terra nel campo dietro casa…

Alla scuola di città le mamme bisbigliavano tra di loro al passaggio della pluridivorziata, commentando i suoi tacchi troppo alti o la gonna troppo corta, si giravano dall’altra parte fingendo di non vedersi l’un l’altra per chissà quale parola male interpretata o via dicendo.
Alla scuola di paese le mamme fanno una colletta per la mamma single con tre figli, che non ha i soldi per mandare il bambino in gita, e organizzano merende in estate e inverno a cui invitare “anche quel bambino che picchia tutti, perchè impari a non sentirsi escluso”.

Andare alla scuola di città era pesante, anche per la mamma che doveva metterci dentro il naso solo per cinque minuti. Andare alla scuola di paese è semplice e naturale come ogni cosa della vita dovrebbe essere.

Alcune persone della scuola di città con cui sono rimasta in contatto mi hanno chiesto “Ma sei sicura che il programma di una scuola di paese sia all’altezza delle richieste del mercato odierno?”. Ho sorriso “Il programma è in linea con ciò che desidero io per mio figlio: serenità, sicurezza di sé e nel mondo, felicità”. Perchè, poi, una scuola in cui viene trasmesso terrore ai bambini fin dalle elementari con lo spauracchio di prendere brutti voti, è forse una scuola migliore di quella in cui la maestra consola con un sorriso il bambino che ha preso un “benino” dicendogli “Farai meglio la prossima volta” ? No, io credo di no.

 

 

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La vignetta del rientro


RIENTRO

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Essere madre.. – http://wp.me/p6TR6q-1pS

Una pausa e due parole

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Tempo fa sono stata intervistata da Mavie.it.
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Ripropongo qui l’intervista completa -di cui era stato pubblicato un estratto qui– perchè mi era piaciuta molto.

1- Se ti dovessi descrivere, che parole useresti? Ne puoi scegliere solo 5.
ostinata
versatile
faceta
premurosa
inquieta
2- In questo momento della tua vita ti senti più mamma, donna o moglie?
Forse donna, che trovo sia il sostantivo del dizionario italiano che racchiude più significati in assoluto di tutti gli altri, forse anche più di “cosa” ;).

3- Come si svolge una giornata tipo nella tua famiglia?
La mia sveglia suona alle 6,30.
Preparo la colazione per tutti quanti; per le 7,00 sveglio gli uomini.
Per le 7,45 dobbiamo essere pronti a partire di casa. Accompagno mio figlio di 4 anni all’asilo e poi scappo al lavoro.
Il mio lavoro termina nel migliore dei casi alle 18, quindi per la gestione di mio figlio fino al mio rientro, devo sempre affidarmi a qualcuno: babysitter, nonni…
Alle 19,30 in genere sono a casa. Cucino, sparecchio, preparo un paio di cose per il giorno successivo alla velocità della luce, e poi cerco di giocare un po’ con il mio tesoro, che sicuramente per il fatto che non mi vede mai durante il giorno, ha sviluppato una resistenza al sonno notevole.
Riesco a spegnere il suo chiacchiericcio non prima delle 23,15.
Se ce la faccio, leggo ancora qualcosa e poi crollo.
Ho parlato per lo più al singolare, perché il mio consorte lavora all’estero, e sono da sola almeno 3 giorni a settimana.

4- Cosa ti ha dato e cosa ti ha tolto l’essere madre?
Mi ha dato un obiettivo certo, definito, inviolabile.
Nella mia vita ne ho sempre avuti, anche di molto importanti in cui ho creduto e credo ancora fermamente, ma sono una persona che si mette continuamente in discussione, e quindi in molte occasioni mi sono trovata a domandarmi se stessi agendo nel giusto o meno, se ciò che stavo perseguendo fosse o meno realizzabile, cose così…per mio figlio è diverso.
Lui viene prima di ogni altra cosa, e ciò che io faccio in ultima analisi riguarda sempre lui, punto e basta.

Mi ha tolto forse la leggerezza, l’incoscienza di dire “chi se ne frega, faccio un po’ come mi pare, perché mi gira così”…ma credo che sia un bene.

5- Come concili il lavoro con la famiglia?
Domanda difficile, argomento complicato. Credo che potrei scrivere un libro sulla madre lavoratrice e le sue titaniche peripezie: sono una mamma molto impegnata dal lavoro, in termini sia di ore che di impegno mentale, e posso dire che quanto più torno a casa sfinita ma soddisfatta dal lavoro, tanto più mi faccio cogliere da mille paturnie su quante cose di mio figlio mi sono persa nel frattempo.

6- Hai una passione che coltivi?
Suono l’arpa

7- Il tuo libro del cuore…
Forse Seta di Alessandro Baricco, ma sono una lettrice incallita, faccio fatica a fare una scelta

8- La tua canzone del cuore…
“A Chiara piace vivere” dei Gemelli diversi, trovo che mi rappresenti in pieno

9- Il posto che hai visitato e che ti ha lasciato il segno.
Il Monferrato, dove vivo. Trovo che le colline abbiano una bellezza così equilibrata e rilassante da essere quasi commovente.

10- La cosa che ami di più fare.
Probabilmente scrivere.
Amo fare molte cose, sono un’entusiasta e devo dire che ho parecchio coraggio, cioè sono sempre abbastanza convinta che “se c’è qualcuno che ha saputo farlo, perché non posso provarci anche io?”…però scrivere è forse l’attività che più di altre in assoluto, mi dà di più.
Mi rilassa, mi appassiona, mi appaga

11- Il tuo piatto preferito.
Pesce crudo, sushi o anche in forme più europee
12- Matrimonio o convivenza?
Di getto, risponderei che forse ritengo che nella convivenza ci sia meno spazio per la bugia, la situazione di comodo, insomma “stiamo insieme perché ci va e non perché lo dice un legame giuridico”…però non è la mia ultima parola, cioè….ciascuno cerchi (e trovi) la dimensione in cui sta meglio: non ho simpatia né antipatia verso nessuna delle due situazioni.

13- Fatti o parole?
Credo ci vadano tutti e due, ma è molto meglio che le seconde siano ponderate e assolutamente necessarie. Una cosa che non sopporto molto, è la chiacchiera vuota, quella che non porta a nulla e troppo spesso ferisce gratuitamente.

14- Quanto conta per te l’amicizia e che ruolo ha nella tua famiglia?
Per me conta molto, ed è un fatto che attiene alla personalità, allo scambio di emozioni, calore, affetto, alla condivisione di sofferenze e gioie, alla vicinanza anche solo nei gesti e nelle parole.
Non ho mai fatto un’equivalenza di amicizia e quantità di frequentazioni: ho amicizie che durano da una vita, e continuano ad essere legami forti che mi porto dentro nonostante passi molto tempo tra un incontro e l’altro; ho amicizie profonde anche con persone che vivono dall’altra parte del pianeta…per assurdo, continuo a provare un forte sentimento di legame anche con amici carissimi che ora non ci sono più.

 

Un alieno in famiglia


Avete mai avuto come l’impressione che vostro figlio provenga da un’altra dimensione o da un altro pianeta?
Io spesso.

Cary Guffey, il piccolo grande alieno del film "Uno sceriffo extraterrestre, poco extra e molto terrestre"

Cary Guffey, il piccolo grande alieno del film “Uno sceriffo extraterrestre, poco extra e molto terrestre”

Intendiamoci, non intendo dire sul serio, come il Signor Simon Parkes politico inglese dice del proprio figlio e di se stesso, ma come metafora.

Sì perchè, a parte i momenti in cui io e papà ci attribuiamo vicendevolmente la prevalenza di genitorialità in conseguenza di qualche atteggiamento poco edificante della piccola peste quasi quattrenne (quelle classiche situazioni in cui si finisce con il pronunciare le fantastiche frasi “Tutto sua madre” “E’ proprio figlio tuo” etc etc etc), sono molto più frequenti le situazioni in cui io e papà ci ritroviamo a guardarci con aria perplessa e interrogativa.
E il nostro sguardo lascia poco spazio alle interpretazioni.
Significa “Ma da dove arriva questo tipetto?”
Sorvoliamo sull’aspetto fisico, che già da solo contraddice a qualunque legge della genetica, e ci procura una scia di imbarazzanti commenti ogniqualvolta usciamo tutti e tre insieme.
Nanerottolo con capelli biondissimi quasi bianchi ed occhi blu cielo, si accompagna con mamma rossa con occhi grigi e papà castano; dalla panettiera fino all’elettrauto, i “Ma è davvero figlio vostro?” si sprecano…e, voglio dire, pazienza per chi ci conosce, ma tutte le altre persone praticamente sconosciute, si sono mai preoccupate per un secondo della grossa gaffe priva di tatto che avrebbero commesso, se davvero non fosse figlio nostro? Pare di no.
Ad ogni modo, è più l’aspetto caratteriale ed intellettivo che sconcerta.
Il nanerottolo ha sempre mostrato una particolare predilezione per il linguaggio ricercato, quasi aulico (“non dirmi di mettere i vestiti mamma, si dice indossare!” “Noi ora ci recheremo nella sala da pranzo”), e per la terminologia tecnica ( “Mamma, non dirmi di radunare le mie cose, queste sono Pala caricatrice gommata, escavatore cingolato e Bobcat!”)…interessi che non c’è bisogno che vi dica, nessun altro della famiglia coltiva.
Possiede il coraggio di un leone (colto in flagrante mentre si lancia giù dalla discesa dei garage con l’automobilina a pedali, si rivolge a me in preda ad una crisi isterica “Ma su, paurosona, non mi sarebbe successo nulla, lo vedi che ho messo il casco?” ndr. Il caschetto da bicicletta) e l’intraprendenza di un adolescente senza freni (“Amore ma devi smetterla di correre dietro a tutte le donne” “Mamma non ti permettere!”; gettatosi nella mischia di ragazzini con il triplo dei suoi anni che giocano a palla, ad un “Vai via!” urlatogli dietro, lo sento rispondere con un “Vai via un c….” che gli regala l’ammissione al gioco nonostante i non raggiunti limiti d’altezza!!).
Le sue battute spiritose sorprendono, lasciano interdetti; la spontaneità e facilità con cui apprende e mette in pratica nuove abilità, è fonte di grande stupore (come quando mi mostra un un bellissimo abbozzo di ballo hip hop, e alla mia domanda “Ma dove hai imparato queste cose?”, risponde“Da un cantante, mamma”; oppure quando si arrampica fino alla tastiera del pianoforte dicendomi “Ti devo suonare una canzoncina, mamma”).
Insomma, la frase che più spesso mi ritrovo a dirgli e a sentirgli dire è “Ma come sai queste cose?”
E mi domando …sono stata io a farlo così?
Siamo stati noi (genitori, nonni, babysitter, insegnanti e chiunque abbia avuto un contatto con lui in questi pochi anni di vita) a crescerlo così, o anche solo a fornirgli gli strumenti per crescere così ?
E’ frutto della genetica, dell’imprinting, dell’educazione?
Spesso mi sono posta queste domande, anzi, sono andata alla ricerca della risposta un po’ ovunque, leggendo di tutto un po’.
Ma a quanto pare nessuno studioso, ancora, ha una risposta precisa per questi interrogativi.

Poi un giorno ho letto questo brano di Gibran.
Ed ho capito tutto.

E una donna che reggeva un bimbo al seno disse, Parlaci dei Figli.
E lui disse:
I vostri figli non sono figli vostri.
Sono i figli e le figlie della brama che la Vita ha di se stessa.
Essi vengono attraverso voi ma non da voi,
e sebbene siano con voi non vi appartengono.
Potete donare loro il vostro amore ma non i vostri pensieri.
Poiché hanno pensieri loro propri.
Potete dare rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime,
giacchè le loro anime albergano nella casa di domani,
che voi non potete visitare neppure in sogno.
Potete tentare d’esser come loro, ma non di renderli
come voi siete.
Giacchè la vita non indietreggia nè s’attarda sul passato.
voi siete gli archi dai quali i vostri figli ,
viventi frecce,
sono scoccati innanzi.
L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito,
e vi tende con la sua potenza affinchè le sue frecce possano
andare veloci e lontano.
Sia gioioso il vostro tendervi nella mano dell’Arciere;
poiché se ama il dardo sfrecciante,
così ama l’arco che saldo rimane.

Ho capito che io, come voi, come qualunque altro genitore, ho contribuito alla creazione di un piccolo capolavoro.

Da noi e attraverso di noi, è scoccata la scintilla della forza che anima l’Universo intero: la vita.
E la vita non accetta preconcetti, schemi precostituiti e caselle in cui incastrarsi: prende forma, giorno dopo giorno, in un cucciolo di cinciallegra così come di delfino o di uomo, partendo dalle connessioni tra neuroni e sviluppandosi via via nell’acquisizione di abilità e conoscenze.
E mentre un passerotto impara a volare, in un essere umano le idee iniziano a svilupparsi e collegarsi, i principi e i valori si annidano nel cuore e nella mente, e da lì sbocciano in un comportamento sempre più indirizzato e logico.
Io posso cercare di contribuire a questa crescita con tutte le conoscenze e l’amore che ho, intervenendo su quella acerba perfezione come uno scultore che sbozza la sua materia prima, ma non è detto che il frutto del mio ventre recepisca tutti e soli i miei insegnamenti, e cresca così come sono e voglio io.
Da quando ho letto questo brano, quindi, ho incominciato a guardare mio figlio con occhi diversi, e a vederlo non più semplicemente come un adulto in potenza da crescere e indirizzare, a cui insegnare tutto “perchè ancora non conosceva nulla”; ho capito che anche lui può insegnare molto a me, e che la genitorialità è una situazione della vita che ti fornisce opportunità a tutto campo: di dare e ricevere, di offrire esperienza e ricevere nuovi stimoli che sgorgano da un’esistenza ancora pura e incontaminata, ricca di selvaggia linfa vitale.
Ho capito che bisogna vivere con gioia e apertura mentale.
Giocare, insegnare, crescere.
Insieme.
Giorno dopo giorno, imparando dal bene e dal male, dalle sofferenze e dalle gioie.
Essendo genitori, compagni di gioco, istitutori, istruttori e figli allo stesso tempo.
Figli, tutti quanti, “della brama che la Vita ha di se stessa”.

 

Foto presa dal web, dal sito http://www.cinemarx.ro

Amicizia ai tempi della moltiplicazione della specie e oltre


Un tempo facevate mattina insieme ballando come disperate sui tavoli di un locale; vi sentivate mille volte al giorno con telefonate o sms, per aggiornarvi sugli appuntamenti della serata, su cosa aveva detto Figone X di te quando te ne eri andata, o su cosa stava dicendo Appiccicoso Y su di lei mentre cercavi ostinatamente di seguire gli aggiornamenti di Telefisco isolando la voce del relatore da quel fastidioso  sottofondo di borbottii da piccione innamorato.
Un tempo vi spaccavate di spinning, trekking, immersioni e arrampicate, non avevate neppure un istante per sedervi su un divano a guardare la tv, perché se eravate a casa dovevate preparare la valigia per la prossima avventura.
Un tempo non avevate il tempo di scaricare le innumerevoli foto che vi eravate fatte al safari, perché era già ora di partire per la crociera in barca a vela, e allora v’incaricavate a vicenda di andare a comprare l’ennesima memory card….
Un tempo vi ritrovavate strette l’una all’altra a guardare i fuochi d’artificio del Capodanno della baia di Auckland, augurandovi silenziosamente che il prossimo anno sarebbe stato quello “giusto” per mettere su famiglia.

Adesso vi mandate un messaggino su whatsapp all’una di notte, quando ancora vi aggirate come megere per la casa, pregustando il momento in cui potrete finalmente posare le vostre derelitte membra sul materasso
“Stendo ancora una lavatrice poi ho fatto”
“Befana! Io devo ancora sistemare la carne”
“Metti la carta da forno tra una bistecca e l’altra e poi ficca tutto nella busta, fai prima”
“Ideona, grazie!!!”
“Prego, stregaccia!”

Vi scambiate uno sguardo d’intesa quando, in coda alla cassa, tuo figlio sta tentando di tirare fuori dal carrello la verdura, dicendo “Mamma questo non serve”, il suo invece sta infilando nel loro tutti i tipi di patatine fritte possibili e immaginabili
“Dai noooo, quelle al pediluvio sono improponibili!!” dico indicando un sacchetto non meglio identificato
“E’ mio figlio, ricordatelo, è dotato di stomaco d’amianto!”

Vi stravaccate sulla panchina ai giardinetti, una accanto all’altra, assaporando l’effimera bellezza di un istante di relax
“Ah senti, ieri il tipo della reception in palestra mi ha chiesto di te”
“Waaaa, dai?”
“Sì, mi ha detto che il mese è scaduto da una settimana, di ricordarti di portare i soldi”
“Ho sempre pensato che fosse una checca”
“Mmmm”
“Eddai”
“Huh, sì sì, sempre pensato”
“Strega”

Sorrido.
Siamo ancora noi.
E’ cambiato tutto il mondo intorno a noi, ma noi siamo sempre le solite cazzare che appena possono se la ridono. L’una dell’altra, l’una con l’altra.
Saremo così ancora tra cent’anni, lo so.
E mentre ci accompagneranno al tavolo della casa di riposo per la cena, spingendo lentamente le nostre carrozzelle a rotelle una accanto all’altra, ti vedo già strascicare
“Lo sai che sei proprio una vecchia ciabatta?”
“Chiudi quella boccaccia, puzza di frigo sporco!”

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